Anita O'Day
 
 
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Anita O'Day

 

di Corrado Barbieri, fotografie di Ettore Ulivelli


Con la classe si nasce, inutile girarci attorno, e non importa che vita hai fatto, se hai avuto a che fare con tutto quell’alcol e quelle droghe come accadde a te.
Un giorno sfiorasti la morte per overdose, ti sei disintossicata, e hai proseguito, cantando fino a 87 anni!
In arte le graduatorie non esistono, sono fuori luogo, perché ogni pezzo d’arte è a sé stante, eppure con te,Anita, mi sento di rompere la regola e dico che fosti la più grande cantante jazz bianca. Certo, Billie è là, e nessuno la potrà mai rimuovere da quel suo solitario olimpo, ma tu vieni subito dopo. E sai bene che da lei hai assimilato molto, come tante d'altronde, ma tu di più.
Irlandese, focosa, difficile, umorale, ma con quella classe che dicevo, con quel tocco di raffinatezza che era tutto tuo.
Si potrebbe avere una summa di come eri da quel quarto d'ora al festival di Newport, in quel fatidico 1958. L’ho già scritto in altro pezzo, e non mi dilungo,invito solo chi legge a riguardarsi "Jazz in un giorno d'estate", ascoltare il tuo talento e anche notare il tuo fascino come donna.
Avevi iniziato presto, al tempo delle orchestre swing, e possedevi una grande carica e una assoluta disinvoltura, poi ti raffinasti, venne il tempo della Verve, e di tre o quattro LP capolavori, che oggi abbiamo la fortuna di trovare ovunque.
Di questi, "This Is Anita" e "Trav'lin' light" sono da annoverare tra i gioielli del canto jazz. Quell' I cant get started è irripetibile, lo ascoltai la prima volta in un maggio tiepido, con le finestre aperte e il profumo dei tigli che entrava e poi feci seguire Time after time, e A nightingale sang in Berkeley Square, e quindi tutto il disco, ed è stato impossibile non entrare in un sogno!

 
 
   
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