Il REVIVAL e IL FUTURO DEL JAZZ CLASSICO

 
   
   
   
   

 

Il REVIVAL e IL FUTURO DEL JAZZ CLASSICO

 

 

Nelle sezioni precedenti abbiamo raccontato della riscoperta a fine anni 30 del jazz di New Orleans, degli intellettuali che tanto si erano adoperati per riscoprire gli artisti delle prime generazioni, delle ricerche condotte per accertare e verificare quanto era possibile sulle origini della musica afro-americana e della connessa fioritura letteraria che muoveva i suoi primi passi.
E’ semplicemente stupido pensare che l’evoluzione della musica afro-americana significasse rinnegare il passato, un passato in cui le radici erano state ben fissate da artisti di altissima statura, giganti a tutti gli effetti. E che proprio per questo avevano permesso al jazz di dare frutti incredibili!

 


Eppure, prima con lo Swing, probabilmente sotto la pressione delle sciagure causate dalla crisi degli anni 30, e ancora di più con il BeBop, intriso di urgenti problematiche sociali e razziali, quei primi stilemi e quegli artisti vennero etichettati con ogni sorta di termini dispregiativi, erano i “fichi secchi” per citare solo il termine più in uso. Il jazz classico, e come tale si intendeva non solo quello di New Orleans, ma anche quello di Chicago e New York, cioè il “ core” della musica afro-americana, veniva liquidato con il termine semiserio di Dixieland ( detestato da Eddie Condon ) quando era invece “ il corpo” stesso di quella musica”!


Indipendentemente da gusti, considerazioni e situazioni, l’ignoranza, specie in luoghi dove le masse erano musicalmente poco acculturate come l’Italia, trionfava, nonostante piccoli nuclei di artisti genuini e studiosi stessero contemporaneamente praticando quella forma di arte, cioe’ il jazz dei suoi primi 30 anni di vita. Giocavano le mode, e, in Italia, l’incredibile e infantile atteggiamento di chi si sentiva e mostrava convintamente di essere “ intellettuale “ abbracciando, sia genuinamente che fintamente, gli stili postbellici, soprattutto il BeBop e le forme successive.
In realtà la storia non procede per cause effimere, e quindi il jazz cosiddetto classico, che alcuni chiamavano, anche qui con un leggero disprezzo “ tradizionale”, procedeva, seppur a fasi alterne, dritto e sicuro per la sua strada, per poi, oltre 60 anni dopo con l’avvento della rete, addirittura fiorire di nuovo, anche perché arricchito dall’apporto di varie culture in seguito alla globalizzazione e ai nuovi mezzi di informazione.

 


Ma torniamo al 1945. C’ e’ una caratteristica ineludibile nel jazz classico, esprime gaiezza, e dopo la fine della seconda guerra mondiale l’intero pianeta ne ebbe bisogno!
Andando per ordine, c’era stato in primis un personaggio che non aveva mai cessato di propugnare e coltivare il jazz classico, un vero potente motore, soprannominato poi " l'indistruttibile ", il chitarrista Eddie Condon, che si prodigò di gran lunga più di ogni altro nella sua diffusione .


Dal punto di vista musicale non era molto più di un buon chitarrista, non era in grado ad esempio di eseguire assoli significativi o dar vita a prestazioni memorabili. Aveva vissuto intensamente i momenti di Chicago, compresa la band di Bix! Aveva fondato con Red MacKenzie i Chicago Rhythm Kings nel 1925 e aveva suonato in pratica con tutti gli artisti del tempo, poi, grazie alle sue straordinarie doti di imprenditore e organizzatore non si era fatto travolgere dalla crisi e aveva iniziato un’instancabile attivita’ di band leader, promotore e organizzatore di jam sessions e soprattutto registrazioni. L’inizio degli anni ‘40 lo vide anche organizzare e dirigere una serie di trasmissioni radio diffuse negli interi Stati Uniti. Quindi, a fine conflitto, eccolo ripartire fino agli anni 70! Quasi impossibile elencare tutti i musicisti con cui in un modo o nell’altro collaborò. E impresa sarebbe stilare qui una sua discografia.
Intanto, come si e’ visto nelle precedenti sezioni, San Francisco stava avendo un “ suo “ revival del jazz classico, ad opera di un gruppo di artisti con una loro originalità e un proprio sound .

 


Tutto questo doveva proiettarsi per un decennio, e “ contagiare “ il resto del mondo. Sono degli anni a cavallo tra i 40 e i 50 le band come la Roman New Orleans in Italia, quella di Graeme Bell in Australia, di Ken Colyer in Gran Bretagna . Tutte seguite a ruota da altre più mature e valide, soprattutto in Italia, ma anche in Inghilterra con la band di Chris Barber e in Francia dopo l’arrivo del vecchio e ancora formidabile Sidney Bechet a Parigi. Il grande clarinettista e sopranosassofonista, appartenuto alla prima generazione di jazzisti , veniva addirittura soprannominato “ Le dieu”, e sarà osannato fino alla sua morte nel 1959. Ma il jazz classico ha trovato anche una nuova patria in Argentina, dove una band formidabile quanto sconosciuta negli Stati Uniti e in Europa, la Portena Jazz Band scriverà una pagina fondamentale nella storia della musica di quel continente dimenticato, soprattutto grazie alla presenza di un alto sassofonista di creativita’ e forza assolute, Alfredo Espinoza, detto il “ Flaco”.
Quanto all’Europa, le cui nazioni vantavano, tranne alcune come l’Italia, l’ insegnamento della musica a livello scolastico, nascevano band dalla Svizzera fino ai paesi nordici.

 

 


Il mondo jazzistico di fine secolo veniva pero' travolto dall'entusiasmo, vero e meno vero, per gli ultimi stili succedutisi velocemente negli Stati Uniti : il jazz classico aveva poco seguito, era reietto, la moda come si e’ visto etichettava come “ intellettuale”, acculturato, chi esibiva la passione per il BeBop e i suoi “ derivati”.
Sembro’ a un certo punto che la musica di New Orleans e Chicago dovesse sparire, estinguersi, e tra appassionati e musicisti si inizio’ a dissertare sulla sua morte. “ Il jazz e’ morto” si sentenziava a inizio nuovo millennio. In realtà covava invece sotto la cenere, e un fenomeno assolutamente imprevisto e imprevedibile dal mondo intero come l’avvento della rete, lo ha resuscitato alla grande e con più forza di prima. Non si trattava e non si tratta di musicisti invecchiati e legati a tempi trascorsi, ma di nuove generazioni, cariche di entusiasmo e soprattutto ben edotte sulla storia del jazz, che e’ vivo! E sappiamo che lo si può trovare ovunque scrivendo poche parole, il resto arriva quasi con l’imbarazzo della scelta!


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
   
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